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venerdì 1 giugno 2012

Fuga dalle azioni, ma attenti a quel Bond!

 E' stato un brutto mese di maggio per i mercati azionari in tutto il mondo: era lecito aspettarsi che i cattivi dati macroeconomici e  le turbolenze innescate dalla crisi politica in Grecia si facessero sentire sul mercato spagnolo (-18,9% in maggio) e, purtroppo, anche su quello italiano (-17,8%). Un po' più sorprendente è vedere l'indice Bovespa crollare (-18,3%) e forse qualche elemento di riflessione potrebbe ispirare anche i tedeschi a più miti consigli, con l'indice Dax che ha perso il 13,5%. Quello che la Germania perde sui mercati azionari è parzialmente compensato dalla fuga verso i beni rifugio, in primis proprio le obbligazioni tedesche, che ormai hanno un rendimento nullo anche sulla scadenza biennale! C'è da chiedersi se davvero una frammentazione dell'eurozona potrebbe lasciare la Germania indenne: secondo Satyajit Das sul Financial Times di oggi la risposta è negativa: il mercato dei Bund non riflette adeguatamente il rischio paese, la Germania è molto più vulnerabile di quanto sembri a prima vista, sia per la sua dipendenza dalle esportazioni (il cui impatto sul GDP è doppio rispetto al Giappone e addirittura il triplo degli U.S.A.) sia e soprattutto per l'esposizione finanziaria alla crisi dell'eurozona attraverso i meccanismi di garanzia come l'EFSF. 


Secondo Das la Germania è il maggior creditore in Target2 con un'esposizione di oltre 800 miliardi di euro, pari a quasi un terzo del GDP tedesco e un default greco causerebbe perdite dirette di circa 90 miliardi.

La fuga verso i beni rifugio ha anche riguardato le obbligaizoni governative U.S.A. che hanno visto un abbassamento dei tassi considerevole nell'ultima settimana, specialmente sulle scadenze lunghe. Accompagnate da un vistoso indebolimento dell'euro hanno prodotto cospicue plusvalenze a chi ha investito nei Treasuries con scadenze dai 10 anni in su.

I mercati obbligazionari sono però decisamente nervosi e forse un po' di realismo e di prudenza non sarebbero inopportuni: sentite ad esempio le considerazioni dell'editorialista del Financial Times James Mackintosh  che osserva come l'appiattimento della curva dei tassi sia stato considerevole e repentino, un brutto segno che riporta alla memoria il 2008:

This has led to the rapid flattening of the yield curve in euro swaps, the cost of swapping fixed for floating rate money and one of the most liquid markets. The gap between five- and 30-year swaps this month fell the fastest since 2008. Back then it presaged problems to come. The less liquid markets get, the more vulnerable they are when hit by bad news.

martedì 25 ottobre 2011

La lotta grecoromana

Se non siete mai stati negli Stati Uniti potreste trovare la domanda qua sotto sciocca. Ma chi conosce gli USA sa che moltissimi americani se la stanno ponendo, mentre la crisi dell'eurozona occupa le prime pagine dei giornali e le aperture dei notiziari televisivi: 


Why we should Americans care? It's simplistic to say, but we're all connected. U.S. banks -- and probably the one where you have an account -- have billions of dollars of Greek, French, and German government and private sector bonds on their books; many are active direct lenders in those countries. The Euro zone, taken together, is one of the largest economic forces in the world. Behind Canada, the European Union is the largest destination for U.S. exports, accounting for about 18 percent of the total. If you work in an industry that exports — agriculture, airplanes, tourism — a demand shock from the world's largest markets would be very bad news. In addition, European companies are big employers in the U.S. On Monday, Mercedes announced it would invest $350 million in a plant in Tuscaloosa, Alabama, to enable it to build a new crossover. If the home markets of the big European employer collapse, they'll have to retract. Like it or not, we're all in this together.

E' interessante seguire la crisi dell'eurozona sui media statunitensi. Nel video qui sotto Daniel Gross, autore di un commento alla crisi su Yahoo Finance! ( qui )dal quale ho estratto  le righe riportate sopra,  ricapitola la situazione e commenta i legami che da Atene portano a Roma, a Parigi, a Francoforte ma anche a New York.


lunedì 24 ottobre 2011

Lezioni dimenticate o mai imparate?

Un articolo sul New York Times analizza il bailout di Dexia, nei limiti che la pochissima trasparenza di questo tipo di operazioni rende  possibile. Le sue conclusioni ricordano come la crisi del 2008 sia stata ahinoi inutile e sprecata almeno per quanto riguarda il problema  del moral hazard e del bisogno urgente di riportare il sistema finanziario in condizioni che consentano nuovamente di dire: "chi rompe paga (e i cocci sono suoi)"

Economists and financial players are closely watching how European officials handle Dexia’s financial contracts, which span the globe, to see what that might mean for other European banks that might need government support. As trading partners demand more cash, those demands could consume more of the money put up by the Belgian, French and Luxembourg governments.
“We know what the guarantees are that the government put down, but you don’t know how much the taxpayer will end up paying,” said Paul De Grauwe, a professor of economics at Katholieke Universiteit Leuven in Belgium. “I’m pretty sure there are other banks in Europe that have done similar things and may be caught in the crisis that is now brewing. I don’t think this is an isolated incident.”
It may be difficult for European governments to avoid making bank trading partners whole, especially American institutions, since the United States government paid full value to foreign banks that dealt with A.I.G. and also opened Federal Reserve programs to troubled foreign banks. Dexia, for example, leaned heavily on emergency lending programs created by the Fed during the depths of the financial crisis. At its peak borrowing near the end of 2008, Dexia received $58.5 billion from the Fed.
Some financial players may also argue that since France and Belgium took equity stakes in Dexia in 2008 — as part of the government bailout then — there was an implicit guarantee of the company’s obligations, similar to that of the housing finance giants Fannie Mae and Freddie Mac in the United States.
Walker F. Todd, a research fellow at the American Institute for Economic Research and a former official at the Federal Reserve Bank of Cleveland, said governments were setting a troubling precedent when they bailed out a company and paid its trading partners in full, as occurred with A.I.G. and as might occur with Dexia.
“In the short run, it would help if the authorities would say they refuse to provide publicly funded money for the payoffs of derivatives,” he said. “This is like using public funds to support your local casino. It is difficult to see how this is good for society in the long run.”
Per un'analisi di come le istituzioni europee stiano finanziando con denaro pubblico le banche, e così danneggiando i bilanci nazionali e alimentando il rischio sistemico (cosa che si tende a dimenticare: la socializzazione delle perdite porta inevitabilmente ad una razionale e naturale disinvoltura nelle scommesse finanziarie, alimentando l'instabilità), vi raccomando la lettura dell'articolo di Adriana Cerretelli sul Sole 24 Ore di un paio di giorni fa. Scrive la Cerretelli:
In ciascuno di questi negoziati, uno degli argomenti forti che i tedeschi hanno messo sul tavolo per mettere in riga il terzetto dei reprobi è stato il seguente: come si può chiedere ai contribuenti dei Paesi virtuosi di pagare per quelli che non fanno il loro dovere e violano le regole europee?
Evidentemente l'argomento è buono per i greci, ma non per le banche tedesche, visto che apparentemente non importa se, anche nel loro caso, sono stati spesso comportamenti incauti e dissennati, la calamita di allettanti tassi di interesse nel Sud Europa all'origine delle difficoltà in cui si dibattono. E che si intrecciano proprio con quelle di Grecia & C. In una sorta di nemesi storica, che investe tutta l'eurozona.(...) la sensibilità schizoide con cui si sta giocando la partita della duplice crisi europea suscita molte perplessità e altrettanti punti interrogativi.
Sono sempre i numeri a parlare. L'economia della Grecia rappresenta il 2% dell'eurozona e il suo debito il 3%. Fosse stato ben gestito in famiglia, un problema quasi irrilevante.
Tra il settembre 2008 e il dicembre 2010, invece, nel tentativo di stabilizzare un settore investito dalla bufera finanziaria, i 27 dell'Unione hanno mobilitato ben 4.285 miliardi di euro a sostegno degli istituti di credito, cioè il 36% del Pil dell'Unione europea e il 10% del totale degli attivi bancari. Con Germania e Gran Bretagna con una quota ciascuno superiore ai 500 miliardi.
Nell'articolo trovate snocciolate le cifre degli aiuti erogati (1240 miliardi, oltre il 10% del PIL dell'Unione Europea) in forma di garanzie (757 miliardi), ricapitalizzazioni (303), gestione di titoli spazzatura (104) e linee di credito (77), con le banche inglesi, tedesche e francesi tra le maggiori beneficiarie. Il punto comunque non è solo economico ma anche e soprattutto politico investendo direttamente il processo di unione dell'Europa 
In effetti si parla tanto della "pessima" Grecia, non si esita a criminalizzarne le malefatte (innegabili) invocando e decidendo punizioni esemplari e dissuasive. Molto meno degli effetti e delle conseguenze che il salvataggio degli istituti di credito sta avendo sulla costruzione europea. Sulla sua stessa cultura. Una volta non solo gli aiuti di Stato, ma anche le garanzie erano vietate per le banche nel mercato unico. Si promuovevano mercato e privatizzazioni insieme al ritiro dello Stato dall'economia oltre a bilanci pubblici sani. In nome dell'emergenza questa logica è stata di fatto completamente capovolta. «La verità è che ormai siamo dominati dal pensiero economico e finanziario, abbiamo completamente dimenticato quello industriale», denuncia un alto funzionario. La verità però è anche un'altra. Questa Eurozona sempre più spregiudicata e intergovernativa sembra dimenticare che moneta e mercato unico devono procedere di conserva: se cominciano a traballare insieme, perché si capovolgono le regole che ne garantiscono la salvaguardia, prima o poi sarà anche l'Europa intera a saltare. Ma non sarà la Grecia a deciderne le sorti. 

venerdì 7 ottobre 2011

La scomparsa di un tecnologo umanista e la crisi delle banche

L'Economist di questa settimana dedica la copertina a Steve Jobs, scomparso ieri. Qui potete leggere il necrologio che il settimanale britannico gli ha dedicato.

“Technology alone is not enough,” said Mr Jobs at the end of his speech introducing the iPad 2, in March 2011. “It’s technology married with liberal arts, married with humanities, that yields the results that make our hearts sing.” It was an unusual statement for the head of a technology firm, but it was vintage Steve Jobs.

In copertina si nota il riferimento alla crisi dell'euro, delle banche e al rischio di contagio: a questo tema l'Economist dedica numerosi articoli. La crisi del debito dei PIIGS sta mettendo a dura prova la fiducia nel sistema bancario con il crescente timore di un congelamento del mercato del debito denominato in euro. 



Institutional bondholders such as pension funds and insurers have refused to buy unsecured European bank debt in any meaningful quantities since early summer, and balk entirely at durations longer than two years. “There are a lot of banks that would be willing to give away assets if they could, just so they don’t have to fund them,” says one investment banker. Bank X is trimming euro assets, accelerating plans to cut the size of its balance-sheet. Other lenders are doing the same. That risks driving down asset prices, forcing lots of banks to mark down equivalent assets and erode capital. Deleveraging also means a reduction in lending activity.

L'effetto sui mercati azionari è evidente, particolarmente sui titoli bancari. Più sorprendente è come sia stato rapido il contagio dalle banche europee a quelle americane. 

American banks are not as directly exposed to the debt crisis as European lenders, many of which are stuffed to the gills with the bonds of their own governments. But uncertainties about where exactly the exposures they have lie prompted some wild movements this week in US bank shares and in the price of credit-default swaps (CDS), a type of insurance against default. Early on October 4th CDS spreads on Morgan Stanley bonds reached a three-year high. Spreads tightened later in the week, but the price of taking out insurance contracts on American banks is heading back towards territory last seen in 2009 (see chart 2).
That may reflect banks’ earnings prospects more than a genuine fear of failure. “Nobody wants to be long CDS on any of the brokers going into the earnings meat-grinder for [the third quarter],” says Chris Whalen of Institutional Risk Analytics, who sees “no risk of failure” for Morgan Stanley or Goldman Sachs. A difficult economic climate means non-performing loans will probably rise. And the wave of attacks on the banks, whether through lawsuits or legislation, is unrelenting.(...)
 “If Armageddon doesn’t happen, the stocks are cheap. It’s a big if.”


Se volete approfondire l'analisi delle banche U.S.A. potete dare un'occhiata al rapporto di Goldman Sachs che vi riproduco qui sotto, grazie a scribd.com

GS Downgrade Fins

giovedì 6 ottobre 2011

Un panorama del sistema creditizio europeo

Dagli analisti di Morgan Stanley, grazie a scribd.com, ecco un panorama del mercato del debito in Europa: dalla Banca Centrale Europea, ai vari meccanismi di stabilità finanziaria (EFSF, ESM,...) e al sistema bancario, con un sommario del debito sovrano, privato e corporate. Il confronto (a pagina 22, riproduco qui accanto la figura) tra i balance sheets delle principali banche centrali (Fed, BCE, BOE e BOJ) è abbastanza significativo. Il resto del report lo potete leggere qui sotto


European Panorama