venerdì 23 aprile 2010

Agenzie di rating: poco accurate ma ancora potenti...la Grecia chiede aiuto: meglio il default?

Tra i protagonisti della crisi finanziaria, le agenzie di rating sono riuscite finora ad evitare di essere indicate al pubblico ludibrio per i loro errori e la loro cupidigia, al contrario di quanto invece è capitato ai banchieri e più in generale al mondo della finanza. Il pubblico sembra ipnotizzato dalle storie dello star system finanziario, con i suoi bonus incredibilmente alti, e a volte difficili da giustificare sulla base dei risultati.
Per questo vi segnalo questo articolo sul New York Times di oggi che affronta il tema del conflitto di interessi delle agenzie e analizza le proposte contenute nella legge di riforma finanziaria che cercano (timidamente, forse) di affrontare la questione.

La Grecia intanto, colpita dal downgrade di ieri di Moody's e dalla revisione del deficit del bilancio 2009 ad alemeno il 13,6% del GDP (fonte Eurostat), contro un dato precedente pari al 12,9%, è sull'orlo del default e si è rivolta oggi al FMI e  agli altri paesi dell'eurozona chiedendo che sia attivato il meccanismo di prestiti a tasso agevolato. Ieri i tassi di interesse sulle obbligazioni governative a 10 anni ha sfiorato il 9%. La notizia della richiesta di aiuto greca ha comunque prodotto una riduzione
dello spread sui Bund decennali al 5,11% dal picco di ieri del 5,86%. Vi consiglio l'articolo di oggi sul sito dell'Economist per approfondire l'analisi delle prospettive future...non è una lettura incoraggiante! Vi riporto qui sotto una sintesi delle conclusioni:


The default option

Is a sovereign default by Greece imaginable? Conventional wisdom has it that sovereign defaults are always messy and painful. In fact the lesson of such defaults over the past decade or more is that this is not necessarily so. (...)
In 2003 Uruguay restructured all its domestic and external debt, exchanging old bonds at par and at the same coupon rate for new ones but stretching maturity dates by five years. The country returned to capital markets a month later. The “haircut”, or loss to bondholders, was small (13.3%, in net present value), as were the amounts restructured ($5.4 billion), but it showed that orderly sovereign workouts are possible. Countries such as Jamaica and Belize have had orderly restructurings recently.
Greece is different because it has much more debt outstanding and because bondholders may face a more severe haircut—although with sufficient fiscal consolidation a more modest restructuring could be feasible. Sovereign-debt lawyers say that in some ways a restructuring of Greek debt would be easier than many people think. But other things would be new and harder, especially the complexity caused by credit-default swaps, which have not yet played a big role in any sovereign-debt restructurings. (...)
Would a defaulting country have to leave the euro? No. It is perhaps natural to conflate default with devaluation because they often occur together. But a euro member has no currency to devalue. Nor is there a means to force a defaulter out, since membership is meant to be for keeps. A new currency would have to be invented from scratch, a logistical nightmare. All contracts—for bonds, bank deposits, wages and so forth—would have to be switched to the new currency. The changeover to the euro was planned in detail and in co-operation. The reverse operation would be nothing like as orderly. A country that had lost the faith of investors in its public finances would find it hard to reconstruct a sound monetary system. Default by a member would be a body blow to the euro’s standing. But it need not spell the end of the currency.


Per concludere con toni meno tristi, vi segnalo la
formica e la cicala, ovvero come salvarsi dall'eruzione del vulcano...una rivisitazione fatta da La Voce della celebre favola di Esopo  per
sottolineare le differenze tra l'Italia (delle formiche) dagli USA (delle cicale). Conclude così Daveri il suo intervento:

è l’incrollabile ottimismo che farà ripartire la locomotiva americana, mentre è la paura del futuro a frenare la crescita dell’Italia.

D'accordo, ma la domanda forse più interessante è: come mai gli americani sono ottimisti incrollabili e gli italiani no? Non avrà per caso a che vedere con la differenza tra una cultura del fare e delle (poche!) regole condivise e una pseudocultura del disfare e della furbizia a scapito degli altri? Ai posteri l'ardua (?) sentenza...

1 commento:

giovanni.gambino ha detto...

italia...paese di furbi